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SETTE SCENE DA VENEZIA

Venezia è una città modello nei tempi migliori e nei periodi peggiori

Scena n. 1. Un arrivo

Il pensiero che il MOSE sarebbe presto diventato un relitto era semplicemente razionale, ma l'idea non si era fatta strada che dopo l'evidenza. Quello che era chiaro già vent'anni fa, allora veniva semplicemente rifiutato, rimosso. In nome di cosa? Speranza? No, in nome della cattiva coscienza di una città che viveva a cavallo tra il dolore dell'abbandono e la tentazione del guadagno. 

Poi, attorno al 2030, le imprese (che avevano spremuto fino all'ultima goccia di denaro pubblico) avevano davvero smesso di lavorare. L'ultimo commissario era tornato a Roma con la coda tra le gambe e dopo circa sette miliardi e mezzo di Euro irresponsabilmente spesi dallo Stato, ciò che fino a qualche anno prima era considerato too big to fail, era semplicemente fallito. 

Questi erano i pensieri di X mentre usciva dalla Stazione S. Lucia, poi pensò che molti libri su Venezia iniziano qui, da questo luogo, dove il visitatore è inaspettatamente colpito dall'epifania della città, un'immagine allungata del Canal Grande, incorniciata in 21:9, in alto dalla pensilina razionalista, in basso dal bordo superiore dello scalone che dal livello dei binari scende a quello dell'acqua.

X attraversò il piazzale, inspirò l'aria di una città nuova, non aveva più l'ansia di percorrere Lista di Spagna, da tempo non la concentrazione di tutto ciò che odiava della vecchia Venezia, bancarelle di stronzate, ristoranti di stronzate, negozi di stronzate. Avevano retto una pasticceria, un negozio di scarpe, un ristorante cinese e qualche hotel. Stava quindi per svoltare verso Lista di Spagna quando vide una gondola accostarsi alle fondamenta del piazzale antistante la stazione, allungò il passo e vi prese posto. Prima del Grande Shock e della Battaglia per Venezia sarebbe stato impensabile, ma dopo si erano formate due o tre cooperative di giovani vogatrici e vogatori (alcuni ex gondolieri, ma non solo) che avevano acquistato per pochi soldi gondole ferme da anni e avevano messo in piedi un servizio integrativo di trasporto pubblico. X tirò fuori l'abbonamento che già la gondola si staccava dalla riva. Sì, pure una cosa così piccola, sarebbe stata impensabile prima del Grande Shock. 

Aprile è il mese più crudele, scriveva il poeta della Terra Desolata, ma non quest'anno. Non l'aprile del 2038.

 

Scena n. 2. I quartieri del futuro

Nel 2038 le maree vengono controllate grazie a un’alga biotecnologia capace di assorbire e rilasciare acqua a comando. Il MOSE, finalmente libero di mostrare la sua obsolescenza strutturale, viene sfruttato come piattaforma d’appoggio per l’installazione di queste alghe. Sono giganteschi, come dei grattacieli gonfi d’acqua, contenitori cibernetici* di chilometri cubi di mare. Purtroppo il loro contenimento non è stato sufficiente a impedire che piazza San Marco diventasse un museo sommerso e a preservare l’antica estensione della superficie calpestabile: il livello del mare è troppo alto persino per l’alga-cyborg. 

La necessità di nuovi spazi è risolta con la costruzione di piattaforme galleggianti su alghe-cyborg: isolate dal moto ondoso ospitano interi quartieri. Gli edifici sono autosufficienti nello smaltimento rifiuti e nella produzione d’energia: lo scarico del bagno e i rifiuti organici servono per la concimazione della parte biologica delle alghe-cyborg, in più gli impulsi delle correnti marine stimolano la loro superficie cibernetica e li convertono in impulsi energetici; si sta pensando di integrare questo sistema con qualche ferro vecchio: pale eoliche sui tetti e vetrate di pannelli solari trasparenti. Questi, per un po’, li hanno chiamati “i quartieri del futuro”: abitati da umani che galleggiano sulla merda. UP TO YOU WHETHER YOU WISH TO INCLUDE SWEAR WORDS… “fognatura” is perhaps a more suitable term (= sewage).

 

Scena n. 3: un’ambasciatrice da Haiti

Leucò esce di casa in ritardo pensando che non ce la farà mai a trovare un buon posto. Ma si incammina lo stesso in direzione di piazza san Marco. In un giorno come questo, la cosa più importante è esserci - in fondo non importa se non vedrà bene il palco. 

Questa mattina, tutti i Veneziani sospendono le loro solite attività per andare ad assistere all’evento; le calli di Castello sono così affollate che a Leucò torna in mente la città di vent’anni fa, quando per tutto l’anno Venezia era piena di persone che venivano da tutto il mondo per ammirarla. 

Mentre rallenta il passo e prende posto in una fila che si sta formando davanti ad un ponte, Leucò sente una voce chiamare il suo nome: a due passi da lei, Gin, sul suo acquascooter dipinto di rosso – un vecchio modello che usava la polizia negli anni ‘10 – sta accostando alla riva. “Che fai lì ferma, che ti perdi tutto? Vieni con me!” Leucò non se lo fa dire due volte.

“Ti lasciano ancora andare in giro con questa anticaglia? Scommetto che con questo in un pomeriggio superi il tuo limite mensile di emissione di carbone!”.

“Ma come ti permetti? Dovresti avere solo rispetto per questo acquascooter! Dopo tutto, ha fatto la rivoluzione”.

“Appunto!”

Leucò e Gin spuntano nel canale della Giudecca; il traffico lagunare è intenso ma il piccolo veicolo si fa strada con agilità tra barche, gondole e vaporetti. In un attimo, eccole in vista del punto nel quale tutti gli abitanti della città confluiscono stamattina. 

Sulla grande zattera che galleggia al centro di piazza San Marco, il cittadino tirato a sorte per rappresentare Venezia ha già iniziato il suo discorso. 

“Ha un significato molto forte per me, che sono cresciuto dentro l’Arcipelago Comunitario di Venezia, ricoprire questo ruolo oggi,” dichiara il giovane ragazzo. “Avevo due anni nel 2021. Le settimane rimaste note come quelle della “Battaglia di Venezia” mi sono state narrate da famigliari che vi hanno preso parte in prima persona, insieme a tanti cittadini e tante cittadine presenti oggi.”

“Eccola!” esclama Leucò, indicando, a pochi passi dietro il ragazzo, una figura che si tiene immobile all’ombra di una fila di bandiere.

“Ho l’onore di accogliere oggi, in nome di tutti, tutte e Tuttu. L’ambasciatrice di un’altra isola, una terra di rivoluzione con la quale sentiamo un profondo legame di sorellanza, il primo paese a riconoscere ufficialmente, dopo quasi vent’anni, l’Arcipelago Comunitario di Venezia: Yolanda Garat, ambasciatrice di Haiti!”

Un forte clamore attraversa piazza San Marco come un’onda, partendo dalle barche che circondano la zattera fino ad arrivare alle finestre del Palazzo Ducale, dove si affacciano centinaia di persone. Quando vede l’ambasciatrice farsi avanti salutando la folla con un gesto della mano, Leucò ha voglia di buttarsi in acqua per la gioia, ripetendo così un’azione che, insieme ai kiss-in, caratterizzò quei giorni lontani del 2021 in cui lei e Gin, che allora avevano più o meno l’età del ragazzo che ha appena finito di parlare, avevano sfidato le ordinanze e si erano riprese la città insieme a tante, tanti e tant* altr* abitant*. 

 

Scena n. 4. Lunga vita a O2

Lunga vita a O2! Gli organismi acquatici e celesti che abitano l’ambiente lagunare di Venezia riconoscono O2 come elemento primario del proprio ciclo vitale. Le alghe stellate da poco comparse si affidano a O2 quando il color viola delle loro foglie impallidisce; il muschio variopinto quando invece sente la propria accogliente superficie mancare di morbidezza. Sono i paguri spiralidi a reclamarla, creature conosciute per la loro fatale bellezza e per la loro abitudine ad esporsi sui muschi variopinti nei giorni di sole. O2 è anche figura protettrice delle lumache marittime, organismi privi di struttura ossea dotati di antenne talmente lunghe e sottili da poter comunicare attraverso le tubature a distanze chilometriche. Grazie alle numerose forme che i loro corpi possono assumere, essi fungono da rampa di lancio per i gamberetti volatili, responsabili della rete viaria sottomarina ed aerea di Venezia.

 

Scena n. 5. Il flashback di un’esistenza da qualche parte tra il 2020 e il 2038.  A volte penso che tu viva su un altro pianeta e vorrei trasferirmici anch’io.

Quando si parlava di Venezia nel 2020 nessuno si sarebbe immaginato quello che avrebbe ospitato, anche e soprattutto perché, prima del Grande Shock, nessuno sperava più in una Venezia ospitante.

Fu temutissimo, pericoloso, invisibile e inafferrabile. Arrivò una mattina d’estate, precisamente la prima settimana di Marzo del 2020. Da dove? L’aria era satura di ipotesi vagheggiate. Alcuni parlavano di una nave da crociera, altri addirittura vociferavano di stregoneria. Fatto sta che dopo il suo attacco Venezia venne chiusa. Sbarrata. Il ponte che la univa alla Terraferma venne abbattuto e il MOSE, nemmeno concluso, venne messo in funzione, non tanto per attenuare le maree, ma per evitare che qualcuno potesse uscire dalle mura, fuggendo via mare dalla Laguna. Per entrarvi non c’erano problemi, nessuno voleva avvicinarsi alla terra appestata perché gli unici che vi sopravvivevano erano gli infetti. Gli organismi che componevano l’ecosistema veneziano, ormai permeati nel DNA, nutrendosi di alghe ed acque, avevano raggiunto una forma di coesistenza armonica, ma chiunque provasse ad accedervi da fuori era destinato ad una terribile fine. Virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, i parassiti erano diventati i nuovi numerosissimi abitanti veneziani. Gli umani erano solamente generosi ospiti serbatoio.

Il caldo era asfissiante e l’umidità si saldava nei fori a forma di cratere.

Io o Y, boccheggiando, ci dissetavamo dall’acqua nella quale camminavamo. Y pensava di aver superato il peggio. Io d’altro canto sono sempre stata pervasa da un animo più catastrofico e riuscivo a percepire la silenziosa, ma presente minaccia che attendeva furtiva l’attimo giusto per palesarsi. Ci eravamo abituati a mangiare di tutto, anche quello che anni prima veniva considerato la “fogna di Venezia”. Topi, pantegane, piccioni, gabbiani erano all’ordine del giorno e solo se veramente fortunati trovavamo qualche pesciolino morente nascosto in gondole abbandonate.

Il “Tuuuuu-Tuuuuu” di una nave da crociera MSC congelò il mio sangue.

Y: “Hai sentito anche tu? Lo hai riconosciuto? Qualcuno sta provando ad entrare, forse vogliono salvarci”

Y non comprendeva la nostra fortuna, perché mentre il resto del mondo era in guerra per una svariata gamma di cause economiche e politiche, Venezia viveva nella sua virosfera, “protetta” ormai da anni. Disturbare un parassita nella sua vita quotidiana e sfrattarlo dal suo ospite abituale poteva condurre a due esiti: l’identificazione di un nuovo tipo di casa (per il virus) o l’estinzione, nel secondo caso l’estinzione sarebbe stata la nostra.

“Buongiorno, desiderate? Caffè, tè, o qualche fiala di Coronavirus?”

Che succulenta annata per i nostri amici patogeni, pensavo, mentre vedevo allontanarsi la nave da crociera.

 

Scena n. 6. Un campo tropicale

Mi sdraiai nel prato di San Giacomo dell'Orio. Le piantagioni di avocado circondavano il perimetro della Chiesa e mentre le palme si stagliavano alte verso il campanile, un tucano si posava su un arbusto a pochi metri dai miei piedi. Una donna giunse anch'essa nel prato e sistemandosi il cappello avanzò verso di me. Raggiunse una discreta distanza, guardò le alte palme e poi aggiunse: <<Mi scusi, per Piazza San Marco? >> strizzando gli occhi perché abbagliato dal sole le risposi squillante: <<Superi la riserva di fenicotteri, poi svoltando a destra costeggi il campo di ulivi, vedrà la piazza in lontananza>> 

 

Scena n. 7. Il Grande Shock e la Battaglia per Venezia.

All'inizio il Grande Shock aveva svuotato la città, dai turisti più che altro. La pandemia aveva "ucciso" l'economia prima delle persone. Non ne erano morte tante (in senso assoluto) a dire il vero. Più che altro, nelle prime settimane se ne rimanevano chiuse in casa, concedendosi ancora una o due passeggiate al giorno, uscite terapeutiche contro l'ansia e la paura. Poi, insieme al collasso dei servizi, le acque alte erano diventate sempre più alte, sempre più frequenti. Cominciarono a volerci giorni per scendere sotto il metro e quaranta, laddove fino al Grande Shock bastava qualche ora. Le tempeste di vento avevano assunto incontestabilmente lo statuto di tornado, la benevola freccia di Bora che da tempo immemore spazzava le Fondamente Nove, aveva lasciato il campo a spirali di correnti furiose da cui era necessario ripararsi. La temperatura media saliva, la vegetazione cambiava. Nell'arco di pochi anni la storica migrazione verso la terraferma aveva subito un'ulteriore accelerazione, ma questa volta i motivi erano profondamente diversi. Fino al Grande Shock si fuggiva dalla Laguna per fare spazio al turismo e alle attività economiche. Meno gente equivaleva a più profitto. Dopo la pandemia e il cambiamento climatico si fuggiva per salvarsi, si fuggiva da un luogo condannato. Venezia, arrivata al capolinea di una plurisecolare agonia dorata, pareva finalmente morta.

Non era così, ovviamente. E chi aveva scelto di rimanere in quel catino tropicale sigillato dalle paratoie arrugginite del MOSE, sperando di potersi pacificamente dedicare alla ricostruzione, non aveva fatto i conti con gli appetiti di Schwarz-Sēnlín e dei suoi soci nel governo italiano. Così, con l'offerta della multinazionale sino-tedesca, si era ufficialmente aperta la Battaglia per Venezia. 

O2 ne infonde la memoria in ogni organismo che pervade. È una storia che non serve raccontare a chi abita la città, la virosfera sa questa storia, è iscritta nelle sue mutazioni. È iscritta in questa fine che non vuol finire, in questo tempo dell'instabilità permanente. Ma a voi che non siete da anni con i piedi a mollo o con il ventre crostaceo a bagnomaria, questa storia ve la voglio raccontare.

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"Sette scene da Venezia" was published in print issue 120, "The New Serenity"

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